VIA ALLA DEALCOLAZIONE: VINO O NON VINO?

Via alla dealcolazione dei vini, via a polemiche, discussioni, ma anche, si spera, a nuove possibilità commerciali per questo prodotto. Il Decreto Ministeriale del 20 dicembre 2024, che segue un Regolamento comunitario di 3 anni fa, dispone la possibilità di ridurre totalmente o parzialmente il tenore alcolico dei vini. Finora non era possibile chiamare vino un prodotto con meno di 8,5% di alcol, d’ora in poi si apre l’era dei vini NoLo, ossia no o low alcohol. I primi non dovranno superare un titolo alcolometrico di 0,5%, gli altri potranno variare entro i due limiti.

Si tratta di un passaggio epocale per uno dei prodotti più tipici ed economicamente importanti dell’agricoltura italiana. Nel nostro Paese il vino produce un fatturato di oltre 13 miliardi di euro, con più di 7 miliardi di esportazione, 310.000 imprese agricole, 1.800 trasformatori e 13.000 addetti. E’ quindi normale che la nuova norma introdotta provochi perplessità, contestazioni, insieme a speranze e nuove prospettive.

Come si produce

Per dealcolare un vino sono previsti dalla normativa solo alcuni processi: la parziale evaporazione sottovuoto, le tecniche a membrana (una sorta di filtrazione), la distillazione, tutte da eseguire sotto la supervisione di un enologo. Non è ammessa l’aggiunta di acqua esogena al prodotto ottenuto a seguito di dealcolazione parziale o totale. In effetti il Testo unico del vino aveva introdotto il divieto anche solo di detenere acqua in cantina, compresa quella ottenuta dai processi di concentrazione dei mosti e dei vini. Il processo di dealcolazione non potrà riguardare i vini doc e dop, salvaguardando quindi i prodotti di alta qualità e in pratica limitandosi a quelli di medio livello.

Esistono perplessità sul fatto che questa nuova categoria commerciale possa chiamarsi “vino”. Secondo alcuni questa terminologia non dovrebbe essere utilizzata per un prodotto significativamente diverso da quello originale, quindi meglio una denominazione del tipo “bevanda a base di vino”. Comunque sia, il termine “vino” inevitabilmente ritorna. Allora potrebbe valer la pena di accettare la sfida, come sta facendo, con un buon successo, la birra. Prodotta per la prima volta alla fine degli anni ’70 da un birrificio tedesco, la birra analcolica oggi è proposta praticamente da tutte le marche. Rappresenta il 2% del consumo totale, ma è conosciuta dall’80% dei consumatori di birra e consumata regolarmente da quasi il 70%. Insomma, è entrata nell’uso comune e nel 2023 il consumo è cresciuto del 4,5% rispetto all’anno precedente.

Minaccia o opportunità?

Secondo recenti analisi di mercato, la produzione europea di vino e l’export caleranno nel prossimo futuro. In primis per il cambiamento climatico, ma in effetti la domanda sta cambiando. Le nuove generazioni consumano in generale meno alcol, ma vi è un calo anche da parte dei meno giovani per motivi salutistici e probabilmente anche economici. Da oggi al 2035 si prevede una flessione annua dell’1% del consumo e dell’1,2% delle esportazioni. Negli USA, dove sono già presenti, i vini NoLo nell’ultimo biennio hanno segnato una crescita del 16% in volume. Anche in Germania, Francia e Spagna, tutti grandi produttori vinicoli, questo mercato è in espansione.

I vini dealcolati possono soddisfare una domanda di mercato potenzialmente interessante, costituita non solo da chi desidera alimentarsi in modo più sano, ma anche dagli astemi, dai giovanissimi, dalle donne in gravidanza e dai conducenti di mezzi pubblici e privati, alla luce delle severe norme stradali di molti Paesi, Italia compresa. Secondo una recente indagine di mercato, un italiano su tre è interessato a provare i vini a basso e zero alcol.

Il mercato sembra pronto a provare questo nuovo prodotto, che potrebbe compensare il calo di consumo in atto dei vini tradizionali. Vale quindi la pena di crederci, proponendo i vini NoLo come un prodotto nuovo e “smart”, non antagonista del vino alcolico, ma a questo complementare.

03/02/2025

Franco Brazzabeni