“L’innovazione in agricoltura dipende dai diritti dei breeders vegetali.” Lo ha affermato Anthony Parker, neo presidente di UPOV, l’organizzazione intergovernativa con sede a Ginevra che promuove la protezione delle varietà vegetali, per incoraggiare lo sviluppo di nuove piante a beneficio della società.
L’innovazione in campo vegetale è essenziale per il futuro dell’agricoltura e quindi dell’intero genere umano. Senza innovazione è impossibile pensare di affrontare le grandi sfide del prossimo futuro: produrre cibo in quantità e qualità sufficiente per 8,5 miliardi di persone (che saranno 10 nel 2050), in modo sostenibile, resistendo positivamente a cambiamenti climatici e pressione fitopatologica, con la superficie produttiva in continuo calo. Una sfida tanto esaltante quanto impegnativa. Solo la Scienza può supportare il lavoro del settore agricolo, con le nuove tecniche genetiche, l’informatica, la biologia. Dalla seconda metà del secolo scorso la rivoluzione verde, basata sulla ricerca in campo chimico, meccanico e soprattutto genetico, ha permesso enormi progressi. Le produzioni agricole sono aumentate in quantità (+67% negli ultimi 20 anni) e qualità (sanità, valore nutritivo). Non ci sono strade alternative al progresso scientifico.
Il patrimonio costituito dalle varietà vegetali dev’essere necessariamente protetto da ogni possibile illegalità. Se n’è parlato nel corso di due eventi sul tema, organizzati da Assosementi, con la partecipazione autorevole dell’avv. Francesco Mattina, presidente di CPVO, dell’avv. Federico Caruso di Sib Lex, dell’avv. Francesca Garbato di Euroseeds e del dott. Massimiliano Beretta di Panora Seeds.
Dentro un seme
Il seme è una cosa piccola e viva. Potremmo definirlo un contenitore di storia, scienza, tecnologia e molto altro. Ogni seme coltivato appartiene ad una varietà vegetale, ottenuta al termine di un lungo e difficile percorso, che richiede grandi abilità e competenze. E’ necessaria una decina di anni o più, con numerose prove in campo e in laboratorio, oltre a complessi adempimenti burocratici e controlli da parte delle autorità preposte. Il costo per ottenere una nuova varietà è stimabile da 800.000 euro a 2 milioni per le varietà standard, fino a oltre 4 milioni per gli ibridi. Le società sementiere, dalle multinazionali alle realtà a gestione familiare, investono fino al 20% del loro fatturato annuo in ricerca, toccando quindi cifre fino a nove zeri. Tali investimenti, con tutti i rischi connessi, sono compensati dalla vendita del seme, senza la quale non ci sarebbe né ricerca né progresso. Per le specie più pregiate e di ampia diffusione, ad esempio il pomodoro, il costo di 100 grammi di seme può andare da 250 sino ad oltre 40.000 euro.
Appare evidente che un tale valore dev’essere protetto, lo dicono le cifre e il buonsenso. Esiste però una corrente ideologica che contesta il fatto che le varietà vegetali possano essere brevettate. Tutti utilizziamo oggetti, per esempio i telefoni cellulari, coperti da migliaia di brevetti, pur avendo un valore molto inferiore ai semi più pregiati, senza che nessuno vi si opponga. Il seme, invece, è affetto da una mitizzazione che lo considera una sorta di “dono della natura”, che dovrebbe essere elargito gratuitamente o quasi. Vorrebbe dire tornare indietro di migliaia di anni, alle origini dell’agricoltura, ignorando il progresso scientifico che ha permesso di migliorare la genetica, a vantaggio di tutto il genere umano.

L’importanza della protezione
La proprietà industriale può essere tutelata attraverso l’ottenimento della privativa vegetale e del brevetto, due processi complementari. La prima è fornita al costitutore dal CPVO, un organismo a livello europeo, dopo prove pluriennali. Garantisce la protezione di una varietà da ogni possibile appropriazione indebita. Il brevetto invece tutela specifiche innovazioni tecniche ed ha una valenza nazionale.
Dalla protezione della proprietà intellettuale (come si fa per un libro, una canzone, un articolo di alta moda, ecc.), derivano vantaggi irrinunciabili per tutto il sistema. In primis è uno stimolo continuo per l’innovazione: le entrate generate da commercializzazione e royalties sono in parte reinvestite nella ricerca. Perciò ne beneficia l’industria sementiera e, a cascata, gli agricoltori e tutta la filiera, sino ai consumatori. Molti vantaggi, per tutti, e nessuna vessazione sui piccoli agricoltori: la normativa europea permette a questi soggetti l’uso delle varietà senza l’obbligo di pagare royalties ai proprietari.
Naturalmente l’arrivo ormai imminente delle TEA (il Consiglio Europeo ha finalmente approvato le nuove norme sulle piante ottenute attraverso le Nuove Tecniche Genomiche, con l’equiparazione alle varietà convenzionali) apre nuovi scenari, prospettando una necessaria evoluzione del quadro di proprietà intellettuale.
27/04/2026
Franco Brazzabeni
