PER SCONFIGGERE LA FAME SERVE PIÙ’ CIBO O PIÙ’ ORGANIZZAZIONE?

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“Zero fame” (Zero hunger) entro il 2030 è l’obiettivo (o meglio: uno dei 17 “Grandi Obiettivi Sostenibili”) che le Nazioni Unite, meglio conosciute come O.N.U., si sono poste nel 2015.
In particolare questo grande traguardo si articola attraverso l’azzeramento dell’emergenza fame nel mondo, il raggiungimento della sicurezza del cibo, il miglioramento della qualità della nutrizione e, non ultimo e molto condizionante, la promozione di un’agricoltura sostenibile.
Si tratta evidentemente di obiettivi altamente ambiziosi, visto che la situazione di partenza attuale vede, secondo i dati elaborati dalla stessa O.N.U., una popolazione globale di 815 milioni di individui affetti da malnutrizione, con 2 miliardi di persone che soffrono varie deficienze nutrizionali.
E’ la grande sfida dell’agricoltura del nostro secolo: arrivare in un’ottica di medio termine a produrre cibo sufficiente e sano per tutto il pianeta, utilizzando tecniche sostenibili e nonostante i cambiamenti climatici in atto che rappresentano un serio ed evidente limite per i raccolti, in termini di quantità e anche di qualità e, non ultimo, la costante riduzione di superficie coltivabile dovuta a nuovi insediamenti civili e industriali.
Le due domande che sorgono spontanee sono: è possibile incastrare virtuosamente le esigenze descritte, apparentemente contrastanti? E se sì, come fare?
Tra i tanti che provano a rispondere a questi quesiti epocali, desta interesse il lavoro recentemente pubblicato da alcuni ricercatori della University of Michigan sulla rivista World Development.
La ricerca parte da due constatazioni: 1) l’agricoltura del pianeta già oggi produce calorie sufficienti a nutrire 9 miliardi di persone (l’attuale popolazione mondiale è pari a circa 7,7 miliardi e raggiungerà quota 10 entro il 2050); 2) aumentare la produzione per ettaro porta inevitabilmente rischi di inquinamento dell’ambiente e perdita di biodiversità, per l’uso mezzi tecnici di sintesi.
L’obiettivo di incrementare i raccolti sembra inevitabile, ma secondo i ricercatori in questione appare meno primario di quanto si possa comunemente pensare. Deve comunque inevitabilmente e principalmente passare attraverso l’utilizzo diffuso delle nuove tecniche di ricerca genetica, note come New Breeding Techniques, che dai primi passi compiuti forniscono indicazioni molto positive e incoraggianti sulla possibilità di produrre di più, utilizzando le potenzialità dei genomi piuttosto che fattori esterni (come fertilizzanti o fitofarmaci). Deve anche ispirarsi ai principi dell’agricoltura di precisione e digitale.
Le conclusioni indicano la necessità ormai inevitabile di attuare forti trasformazioni politiche ed economiche, in grado di ridisegnare il sistema alimentare globale, rendendolo più equo riguardo l’accesso al cibo per tutti.
La scienza sta facendo la sua parte, la politica deve decidere di giocare un ruolo fondamentale per raggiungere l’obiettivo “Zero Fame”.

 

 

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