Parlare di proteine non riguarda semplicemente la nutrizione. La produzione di proteine, animali e vegetali, coinvolge aspetti organizzativi, economici, ambientali, quindi anche politici, di grande rilevanza.
Produrre proteine animali (latte e derivati, carni, pesce, uova) è più costoso e comporta un elevato uso di acqua e un maggiore impatto ambientale. Per questi motivi, e per ridurre la dipendenza dalle importazioni, si vuole sviluppare l’uso di proteine made in Europe per l’industria mangimistica; inoltre, per ragioni salutistiche, da qualche tempo si raccomanda agli adulti di orientarsi verso un uso preferenziale di proteine di origine vegetale nella dieta. Di conseguenza, la UE ha redatto un Piano d’azione, approvato a luglio 2026,con l’obiettivo di incrementare la produzione interna. Una questione di sicurezza strategica e una potenziale opportunità per la nostra agricoltura, se si considera che il consumo globale di proteine alternative potrebbe aumentare di oltre sette volte entro il 2035.

Il bilancio proteico
Oggi l’Europa è fortemente deficitaria per il fabbisogno proteico vegetale. Il bilancio di autosufficienza UE della soia, anello debole del settore, è pari a circa il 18% (32% per l’Italia, uno dei maggiori produttori). A fronte di un consumo di oltre 17 milioni di tonnellate, la produzione 2025 è stata poco più di 3 milioni. Va meglio per altre proteolaginose come colza (70% di autosufficienza), girasole (addirittura in eccedenza) e legumi, grazie ai paesi del nord come Francia, Germania e Polonia. Resta il fatto che gran parte del proprio fabbisogno proteico (soprattutto per l’alimentazione animale) è coperto dall’importazione di materie prime da Paesi extra-UE. Questo comporta un forte esborso che grava significativamente sulla bilancia commerciale dell’UE ed è soggetto a una forte volatilità economica.
Si aggiunga che l’arrivo di materia prima, principalmente soia, da Brasile, Argentina e Stati Uniti significa introdurre in gran parte prodotti da colture OGM, molto ampiamente diffuse in quei paesi.
Il Piano UE
Per far fronte al pesante costo d’acquisto delle importazioni e migliorare la sicurezza alimentare, la Commissione Europea ha varato a luglio 2026 il nuovo Piano d’azione per le proteine vegetali. Si è partiti dal presupposto che l’elevata dipendenza dall’approvvigionamento di proteine non solo rende il nostro sistema agroalimentare vulnerabile alle fluttuazioni del mercato globale, ma incide anche sulla capacità di ridurre i rischi per le catene di approvvigionamento e limita i progressi nel contesto della transizione verso la sostenibilità. L’obiettivo è spostare la filiera verso la produzione mangimistica interna, in linea con gli obiettivi climatici europei, e il consumo umano. Entro il 2035 si vuole portare al 35% (sia pure non vincolante) la percentuale delle proteine utilizzate per l’alimentazione animale prodotte nella UE, rispetto all’attuale 25,8%. Tutt’altro che secondario il beneficio agronomico e ambientale che deriva dalla coltivazione di leguminose. La proprietà azotofissatrice delle colture proteiche contribuisce a ridurre la necessità di concimi azotati, in un contesto di aumento dei costi e di tensioni nelle catene di approvvigionamento dei fertilizzanti, nonché le emissioni agricole.
Il Piano si articola in una serie di interventi, integrando politiche di supporto, investimenti in ricerca e strutture di trasformazione. Circa 190 milioni di euro sono già investiti nella ricerca europea sulle proteine, compresi il miglioramento genetico delle piante, le sementi, la riduzione dei fertilizzanti e la valorizzazione della biomassa. Inoltre è in partenza il progetto PROCEED, con un fondo di 5,5 milioni di euro a disposizione di 20 partner per lo studio di legumi da granella e foraggio. Il bilancio della prossima PAC dovrebbe introdurre specifici incentivi per coprire i costi di investimento (macchinari e adeguamenti) per inserire i legumi nella rotazione delle colture. Si punta su strumenti come il sostegno accoppiato, l’introduzione di crediti di carbonio e la promozione di legumi e colture alternative. Infine si cercherà di conciliare la sostenibilità ambientale degli allevamenti con la stabilità economica del comparto zootecnico.
Non mancano le critiche: l’obiettivo del 35% è solo indicativo; i finanziamenti previsti si basano su strumenti esistenti, senza una linea di bilancio separata; il piano è principalmente orientato verso l’allevamento animale, invece di promuovere in modo più deciso diete diversificate per le persone. Resta comunque una carta importante che gli agricoltori possono giocare per migliorare la redditività e la sostenibilità aziendale.
28/09/2026
Franco Brazzabeni
