L’agricoltura italiana è una delle più importanti a livello europeo, per ettarato e produzioni, oggi entrambe in decisa contrazione. L’Italia ha quasi il 9% della superficie agricola totale, dietro solo a Francia, Spagna, Germania e Polonia. Nel nostro paese si producono i tre quarti delle nocciole della UE, oltre la metà del riso, circa il 40% di soia, pomodoro a pieno campo e frumento duro, solo per citare alcune delle colture principali.
Le dinamiche delle specie più coltivate hanno fatto registrare forti oscillazioni negli ultimi 50 anni. Particolarmente rilevanti i “travasi” di superficie tra frumento tenero e duro. Negli anni ’60 il primo era coltivato su circa 3 milioni di ettari, poi la “Legge di purezza”, che vietò di produrre la pasta con il grano tenero, provocò in breve tempo un forte calo di questo e un corrispondente incremento del duro. Negli anni successivi gli agricoltori si dedicarono a coltivazioni allora più redditizie, come mais e soia.
Nei primi anni di questo secolo le superfici e produzioni cerealicole hanno segnato forti alti e bassi annuali, seguendo l’andamento dei mercati e dei costi di produzione, ma anche dei cambiamenti climatici e della concorrenza di altri paesi produttori, come ad esempio quelli dell’est Europa. Più recentemente, i valori sono risultati meno instabili, ma la tendenza alla contrazione produttiva si è confermata. E’ quanto ha rilevato l’Istat nel Focus “Produzioni agricole e zootecniche” da poco pubblicato.

Il calo di mais e frumenti
Istat informa che tra il 2006 e il 2025, spazio temporale nel quale si è svolta l’indagine, le tre principale colture erbacee italiane sono fortemente calate. Il mais da granella ha perso il 51% della superficie e il 42% della produzione; il frumento duro rispettivamente il 15% e il 9%, il tenero il 21% e il 12%. Motivi economici sono alla base di questo progressivo abbandono: redditi agricoli in calo per il diminuire delle quotazioni e l’aumentare dei costi, ma anche per gli andamenti climatici penalizzanti e la pressione fitopatologica. La conseguenza è un’aumentata dipendenza dalle importazioni, con aggravio della bilancia commerciale. L’Italia oggi importa oltre il 60% del proprio fabbisogno di frumento tenero e circa il 50% del duro e del mais.
Non solo cali, però. Alcune produzioni a destinazione principalmente zootecnica sono in deciso aumento: gli erbai polifiti e la soia sono quasi raddoppiati, il mais ceroso registra +40% e le colture proteiche +35%. Gli incentivi a favore delle proteine vegetali funzionano.
Anche la frutticoltura in contrazione
La musica non cambia nel settore frutticolo. Quasi tutte le specie negli ultimi 20 anni hanno visto un ridimensionamento di superfici e produzione, con l’eccezione di mele, clementine e kiwi. Sembra chiaro che la nostra frutticoltura sta vivendo una ristrutturazione, attraverso una selezione delle specie più competitive, anche a livello di export, e delle aziende più efficienti.
Anche due eccellenze italiane come vite e ulivo, che rappresentano il 15% delle coltivazioni, sono su questa linea. Più contenuto il calo della produzione di uva con -8%. Il vigneto da vino resta altamente remunerativo, pur in presenza di notevoli costi e di un calo dei consumi, che ha generato giacenze importanti. Le esportazioni di vini di qualità, nonostante i dazi USA, restano comunque a livelli importanti. L’ulivo, pur pressoché stabile come superfici, ha perso il 27% della produzione. La spiegazione sta nell’andamento climatico, nelle problematiche fitosanitarie, vedi Xylella, e nelle condizioni strutturali del comparto. La gran parte del prodotto italiano è esportata, mentre in Italia si consuma molto olio importato.
Una parte del calo delle superfici, per molte specie, è in parte compensata da un aumento delle rese per ettaro, grazie ad un’evoluzione delle tecniche colturali, al miglioramento genetico e alla scelta delle aree più vocate. Resta comunque evidente la forte erosione delle superfici e delle produzioni di molte colture.
14/09/2026
Franco Brazzabeni
