INNOVAZIONE E MARKETING PER RISOLLEVARE IL MAIS

0

Mais, i numeri di una crisi: 1,5 milioni di ettari a inizio anni 2000, la metà oggi.
Questa coltura fino a una decina di anni fa era la più amata dagli agricoltori del nord e aveva una presenza significativa nelle rotazioni agrarie anche in varie zone del centro e del sud, in particolare nel casertano e nel molisano dove si allevano le bufale, ma anche in quella parte della Sicilia dedita alla zootecnia.
Oggi la coltivazione del mais per produrre granella in molti casi non è più conveniente, e questa criticità rappresenta il principale motivo della flessione. La superficie dedicata all’insilato zootecnico e da energia, al contrario, resta stabile.
La situazione è allarmante, come evidenziato in un recente convegno organizzato da AIRES a Rovigo, con relatori del calibro di Luca Rossetto, Gianni Barcaccia e Amedeo Reyneri, docenti rispettivamente negli atenei di Padova e Torino, e coordinato da Lorenzo Andreotti de L’Informatore Agrario.
Da un lato, il prezzo della commodity mais è da qualche tempo in sensibile ribasso. “Colpa” degli stock finali a livello mondiale, che hanno toccato un picco nel 2016-2017, conseguente a un record produttivo.
Anche se per la prossima campagna si può ottimisticamente stimare un possibile rilancio delle quotazioni, a fronte di un calo delle rimanenze finali (produzioni globali sempre alte ma aumento ancor maggiore dei consumi), il prezzo attuale resta comunque inferiore del 25% rispetto a quello del 2011.
L’altro aspetto negativo è rappresentato dalle rese medie nazionali, che dal 2000 ad oggi hanno smesso di aumentare come si era verificato ininterrottamente dagli anni ’60.
Le cause sono diverse. Innanzitutto il divieto di utilizzare gli OGM ha privato gli agricoltori italiani della tecnologia più avanzata, come avvenuto nel resto del mondo.
Poi c’è l’aspetto climatico: nel periodo aprile-settembre dal 1976 a oggi le temperature medie sono aumentate di quasi 3 gradi e la somma termica del 38%. Inoltre, anche se la quantità annua di pioggia è costante, si verificano sempre più frequenti deficit idrici per la distribuzione irregolare delle precipitazioni.
La ricetta per far uscire il mais dalla crisi non può che essere l’innovazione, innanzitutto nella tecnica agronomica: è necessario anticipare la semina, affiché la fioritura avvenga prima del periodo critico di luglio; scegliere ibridi medio-precoci a investimento più fitto, meno produttivi ma più redditizi nel bilancio finale; permettere alla pianta una partenza veloce, proteggendo il seme con una concia professionale, e fornendo una concimazione a base di azoto, fosforo e zinco per un buon effetto starter, cui possono concorrere i biostimolanti.
L’agricoltura di precisione, un’efficace difesa dai patogeni e un corretto controllo delle micotossine sono gli strumenti raccomandati per completare il quadro.
L’auspicio è che anche l’innovazione genetica sia messa a disposizione. Le tecniche di Genome editing possono permettere in tempi relativamente brevi di ottenere varietà resilienti e coltivabili in modo sostenibile, con costi affrontabili da tutti gli Istituti e società di ricerca vegetale.
Infine, ma certamente non ultimo, è da considerare il marketing.
Oggi quella del mais è una filiera “invisibile”, dove il consumatore finale non ha alcuna percezione e informazione riguardo il lavoro degli agricoltori.
Occorre valorizzare la produzione di mais nazionale, sia attraverso il riconoscimento del suo valore effettivo, ad esempio l’assenza di OGM per la produzione di mangimi, sia grazie alla differenziazione delle varie filiere di qualità: quelle delle specialità alimentari, quella del biologico, quelle di tendenza (come le varietà antiche per produrre farine da polenta pregiate).
Si tratta quindi di trasformare il mais da banale (commodity) a speciale (specialty): serve un lavoro serio e accurato all’interno dei vari sistemi produttivi e serve informazione per arrivare al consumatore e fargli accettare un prezzo adeguato alla qualità del prodotto.
Una strada lunga e non facile, ma irrinunciabile.

 

I commenti sono chiusi.