GRANO DURO, LA FILIERA E’ DA VALORIZZARE

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La filiera del grano duro è il sistema produttivo che, partendo dalla ricerca, passando attraverso la produzione di seme e la sua vendita, il ciclo di coltivazione, la raccolta e lo stoccaggio della granella, la sua trasformazione in pasta (95% del prodotto) e pane, termina sulle nostre tavole di consumatori.
Vi sono ormai pochi dubbi sul fatto che una buona organizzazione di filiera sia ormai indispensabile e irrinunciabile per garantire il ritiro la giusta remunerazione agli agricoltori, la programmazione del rifornimento di materia prima con il giusto prezzo all’industria, la qualità alimentare e sanitaria al consumatore.
Quest’ultimo richiede sempre più frequentemente la tracciabilità del prodotto finale, basata necessariamente sull’uso di seme certificato e sul controllo di tutti i passaggi, dalla fase agricola a quella commerciale e industriale.
Per tutti questi motivi, da diversi anni il mercato del grano duro si organizza in filiere, con il sostegno del Ministero delle Politiche Agricole che, grazie ad un apposito Decreto, conferisce un aiuto fino a 200 euro per ettaro agli agricoltori che si impegnano a sottoscrivere contratti triennali di filiera e ad utilizzare seme certificato.
La filiera del grano duro è stato il tema di un convegno organizzato da Italmopa in occasione di “From seed to pasta“, una tre giorni dedicata alla ricerca del settore, con la partecipazione di scienziati e operatori da tutto il mondo.
Perché parlare di filiera? Perché nonostante le interessanti premesse, oggi i guadagni sono poveri per tutti, come messo in evidenza dal prof. Angelo Frascarelli.
I prezzi di mercato da alcuni anni sono bassi e contraddistinti da grande volatilità: dal 2004 le quotazioni della granella di frumento duro (ma anche di tenero) hanno avuto variazioni (in negativo) fino al 100%.
Quindi gli agricoltori, ma anche l’industria e la grande distribuzione organizzata guadagnano poco, soprattutto in annate come questa, in cui la produzione è stata piuttosto bassa, a causa delle frequenti e inusuali piogge di maggio e giugno: appena 3,8 milioni di tonnellate, a fronte di una domanda interna di oltre 7: altro che “basta importazioni” e “solo pasta con produzioni italiane“! L’Italia, primo produttore ed esportatore di pasta al mondo, dovrà importare circa il 60% della materia prima.
Solo i consumatori godono di un prezzo della pasta abbastanza stabile.
Le ricette, secondo il prof. Frascarelli sono due. Da un lato serve una maggiore reattività del mercato, viste le nuove tendenze del consumatore verso prodotti diversi dai tradizionali. Dall’altro lato l’agricoltore dev’essere tutelato, con polizze assicurative associate al contratto, che proteggano gli investimenti dalle avversità climatiche e garantiscano un reddito soddisfacente.

 

 

 

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