MAIS, DAL PIANO DI SETTORE UN IMPULSO ALLA RICERCA

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La notizia del giorno, per quanto riguarda il mais, è l’approvazione, da parte della Conferenza Stato-Regioni, del Piano maidicolo nazionale.
Il Piano prevede il rilancio del settore mais basandosi essenzialmente su mercato, scienza e PAC.
Della crisi del mais italiano (e non solo) si parla ormai da anni e le cause sono ben individuate: prezzi di mercato fiacchi, ricerca tradizionale ormai poco efficace rispetto alla transgenesi, leggi OGM o il più recente genome editing, problematiche derivanti da patologie e agenti biotici, cambiamenti climatici e conseguenze sulla produttività.
Ce n’è abbastanza per spiegare il calo di redditività della coltura e il conseguente progressivo abbandono di metà della superficie in 15 anni, con il risultato di dover ricorrere all’importazione del 50% del fabbisogno nazionale, naturalmente sotto forma di prodotto OGM. Questo fatto non è trascurabile, se consideriamo che i mangimi ottenuti dal mais sono alla base di molte produzioni tipiche del nostro Paese, salumi e formaggi su tutte.
L’approvazione del piano di settore è molto importante e offre spunti che meritano una profonda riflessione.
In primis, si conferma che il sistema filiera, in questo caso quella maidicola ha strettamente collaborato con il Ministero per la stesura del piano, è irrinunciabile per affrontare e risolvere le criticità di qualsiasi settore produttivo e trovare soluzioni di comune vantaggio.
L’altro aspetto che emerge è la necessità di investire nella ricerca, utilizzando le nuove tecniche a disposizione, in particolare le New Breeding Techniques o NBTs e la genomica.
Una conferma in questo senso arriva dagli USA, dove una squadra di ricercatori appartenenti a varie Università sta lavorando alla decodifica del genoma di tipi di mais tropicali e al loro uso per ottenere materiali resilienti ai cambiamenti climatici e a varie patologie. Il lavoro è stato illustrato dalla rivista Genetics.
Gli attuali ibridi di mais, coltivati in tutto il mondo, sono stati ottenuti utilizzando una base genetica piuttosto limitata. La biodiversità presente nei mais tropicali può essere la salvezza di questa coltura, innestando nei futuri ibridi i tratti genetici più interessanti presenti nei tipi selvatici.
La ricerca tradizionale prevede un lavoro di selezione lungo una decina d’anni per ottenere un nuovo ibrido: troppo, se consideriamo che il 2050 (anno dell’obiettivo “zero fame“) è alle porte e da questa data ci distanzierebbero solo 3 cicli di ricerca.
In attesa delle NBTs, che ridurrebbero a pochi mesi il lavoro di un decennio, i ricercatori USA hanno elaborato un modello predittivo che prevede di operare anche in contro stagione, quindi in areali molto diversi, ottenendo però risultati coerenti e quindi dimezzando i tempi necessari.
L’iniziativa prende il nome di “Genomes to Field” (G2F) ed è il frutto di una cooperazione tra fondi pubblici e privati.

 

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