Quello dell’alimentazione è sempre un tema di strettissima attualità, da qualsiasi punto di vista lo si esamini. Nei Paesi industrializzati, come la EU, la sicurezza o sovranità alimentare non è più un fatto scontato. Molte famiglie europee, si parla di diversi milioni di persone, sono a rischio di povertà alimentare. Significa che il reddito familiare non consente di acquistare cibo di buona qualità in quantità sufficiente. Le conseguenze ricadono sulla salute psico-fisica ma anche sullo stato sociale delle persone. Nei Paesi poveri del terzo mondo l’obiettivo Fame Zero, fissato dalla FAO per il 2030, è ancora lontano. Nonostante alcuni innegabili progressi, le cifre di fame e malnutrizione sono ferme ai livelli pre-Covid.
Il fenomeno è complesso e dipendente da varie cause, legate al reddito e all’economia, ma anche a dinamiche sociali e culturali, all’andamento climatico, ai conflitti in corso.
La fotografia della FAO
La recente pubblicazione The State of Food security 2025, edito dalla FAO in collaborazione con l’Unicef e altre importanti istituzioni, presenta un quadro complesso e di difficile interpretazione. Il dato di partenza è che circa 700 milioni di persone nel mondo soffrono la fame: una cifra impressionante, sia pure in calo di 22 milioni rispetto a due anni fa. Sono invece oltre due miliardi quelle che vivono un’insicurezza alimentare e qui non si parla solo di terzo mondo, ma anche nord America ed Europa sono coinvolte. La causa principale è l’aumento dei prezzi del cibo. In Italia, dal 2020 a oggi, il costo dei beni alimentari essenziali è aumentato mediamente di circa il 25-30%, ma in alcuni casi i rincari hanno toccato anche il 50%. Il Covid-19 prima, la guerra in Ucraina e la conseguente crisi energetica poi, hanno portato a questa situazione. Anche il conflitto nella striscia di Gaza ha contribuito, con la crisi logistica nell’area del Mar Rosso e l’aumento dei costi di trasporto. Non ultime, azioni speculative di largo raggio. A fronte dell’inflazione alimentare a livello globale, i salari sono cresciuti in misura molto minore e più lentamente, in Italia e nel mondo. Di qui la difficoltà di numerose famiglie a basso reddito di far fronte ai costi essenziali. Il carrello familiare si è quindi svuotato di articoli importanti come frutta e verdura, con ricadute sulla salute. A farne le spese sono soprattutto i Paesi a basso reddito, le aree rurali, le zone di guerra, le donne e i bambini.

Le possibili azioni
La FAO individua alcune misure politiche da adottare per contrastare l’inflazione e aiutare le aree e le categorie più deboli. In primis interventi fiscali, con sgravi temporanei sui beni essenziali e programmi di protezione sociale. Il governo italiano ha avviato interventi in questo senso, ad esempio con i bonus alimentari, ma serve di più. Poi una strategia a lungo termine con l’obiettivo di garantire adeguate riserve alimentari strategiche e rendere più trasparenti e stabili i mercati internazionali. Ancora, investire in sistemi agroalimentari resilienti, cioè in agricoltura, ricerca e sviluppo, ma anche nella logistica, rafforzando la resilienza del settore contro i fenomeni inflattivi, oltre che climatici.
In tutto questo la nostra Europa come programma il futuro? Guardando i fatti, l’attuale Politica Agricola Comune 2023-2027 ha disposto con il Green Deal una serie di misure, solo in parte riviste, il cui inevitabile risultato è la diminuzione della capacità produttiva della nostra agricoltura. In poche parole, si è posta grande attenzione sugli aspetti ambientali, sicuramente importanti, ma trascurando la sostenibilità economica e la garanzia della sovranità alimentare, che dovrebbero essere comunque prioritari. La proposta della nuova PAC, per il quinquennio 2028-2034, è, se possibile, peggiorativa, con un robusto taglio alle sovvenzioni e nessun accenno ad investimenti nel settore. Una visione anacronistica e dannosa.
25/08/2025
Franco Brazzabeni
