C’ERA UNA VOLTA L’AGRICOLTURA FAMILIARE

Il Focus pubblicato a fine luglio da Istat e dedicato a “Struttura produttiva, pratiche gestionali e forza lavoro delle aziende agricole“, offre l’immagine di un’agricoltura italiana da “c’era una volta”. Fotografa cioè un settore primario che sta cambiando in modo piuttosto significativo. Dal 2010 ad oggi sono tanti i valori che sono mutati, disegnando un sistema in piena evoluzione, probabilmente più di quanto ce ne fossimo effettivamente accorti.

Nell’immaginario collettivo, l’idea tradizionale dell’agricoltura italiana, ancora oggi supportata da un’informazione spesso “di maniera” ad opera di televisione e pubblicità, è quello della gestione familiare dell’azienda. In effetti questo sistema di impresa ha rappresentato per lungo tempo la spina dorsale del settore primario in Italia e anche in Europa. Fino al secondo dopoguerra, la struttura agraria italiana si basava in larga parte su latifondi, divisi in piccoli appezzamenti dati a mezzadria, dove nuclei familiari numerosi lavoravano in condizioni di bassa redditività. Successivamente, la riforma fondiaria ha favorito la crescita della piccola proprietà contadina, che conduceva direttamente il fondo. Fino agli anni ’80 del secolo scorso la superficie agricola a gestione familiare ha continuato a salire sino ad oltre il 70%.

Oggi assistiamo ad un profondo mutamento: secondo Istat tra il 2010 e il 2023 i lavoratori familiari sono calati dal 34% al 13% del totale. Contemporaneamente è aumentata la manodopera esterna, che ormai rappresenta oltre il 40%, con una quota di stranieri del 14%. Gli occupati del settore sono attualmente 2,5 milioni e sono calati del 35%.

Ma il Focus segnala altri cambiamenti di notevole importanza.

Meno aziende, più grandi

Sempre dal 2010, il numero di aziende agricole è calato di un terzo. Siamo in presenza di un continuo accorpamento, infatti la superficie aziendale media è di 11 ettari, con un aumento del 37%, e notevoli differenze territoriali. Si va dai 16 ettari del nord-ovest ai 7 del sud, dove il fenomeno è più rallentato. Siamo ancora sotto la media europea di 17 ettari e molto distanti dai quasi 60 ettari di Francia e Germania. La tendenza comunque è in atto ed è chiaro che la piccola (e media) azienda che attua colture tradizionali non è più profittevole, quindi o viene ceduta o affittata ad un imprenditore di maggiori dimensioni. A conferma di ciò, meno della metà delle aziende risulta condotta dal proprietario del terreno.

A proposito di coltivazioni, è rilevato un aumento dei seminativi e un calo di prati e pascoli, con una maggiore rotazione colturale e una superficie irrigabile stabile.

I redditi aziendali dipendono sempre più da ricavi derivati dall’attività agricola (vendita di prodotti, attività connesse, sussidi). L’agriturismo e il contoterzismo sono le attività connesse più praticate, per “arrotondare” il bilancio, messo a dura prova dall’aumento dei costi e dall’instabilità dei prezzi.

Fonte: pixabay.com

Aziende più moderne ma pochi giovani

Il ricambio generazionale è una delle principali note dolenti. La presenza di conduttori sotto i 40 anni resta molto limitata: attualmente è inferiore all’8%, addirittura in calo rispetto al 2010. Un messaggio molto chiaro al mondo politico.

A parziale compenso procede l’informatizzazione delle aziende. In 13 anni sono passate dal 4% a oltre il 18%. Occorre però distinguere a livello territoriale: al nord siamo intorno al 40%, mentre il sud è fermo a meno del 7%. Numeri molto evidenti ed eloquenti. E’ cresciuto anche il livello di istruzione degli imprenditori agricoli. Oggi oltre un terzo ha conseguito un diploma o una laurea.

Volendo sintetizzare, si può dire che il Focus di Istat ha individuato un’agricoltura meno familiare, più strutturata e diversificata, più tecnologica (anche se ancora non abbastanza) e poco giovane.

01 settembre 2026

Franco Brazzabeni