Quello dei biocarburanti è un argomento di attualità, con una lunga storia alle spalle. Comincia nel 1893, quando l’ing. Diesel inventò l’omonimo motore, tuttora utilizzato, che funzionava con olio di arachidi. Egli riteneva, con una visione di lunga prospettiva, che l’uso dei combustibili naturali avrebbe favorito lo sviluppo delle popolazioni rurali. Previde anche che gli oli vegetali avrebbe potuto assumere nel tempo un’importanza pari a quella del petrolio e dei derivati del carbone. Una visione simile l’ebbe cent’anni dopo Raul Gardini, amministratore delegato del Gruppo Ferruzzi, che propose di trasformare in etanolo e bioplastiche le costose eccedenze agricole di allora. Non fu ascoltato.
Oggi i biocarburanti sono una realtà in crescita, sia pure tra discussioni e punti di vista ideologici. Sono prodotti dalle biomasse vegetali, come mais, soia, colza, girasole e altre specie; quelli di ultima generazione derivano da rifiuti o materiali a bassa qualità, come gli oli esausti, o non alimentari, come le alghe. I prodotti finali sono etanolo, biodiesel e biogas. Secondo molti rappresentano una soluzione vincente per ridurre l’impatto ambientale dei trasporti, dalle auto agli autobus, dalle navi e agli aerei, e contrastare così i cambiamenti climatici.

Gli USA leader nella produzione
Fu Barack Obama nel 2011 a rilanciare in grande stile la produzione di biocarburanti. Il suo green thinking prevedeva un obiettivo di produzione dell’80% di energia verde entro il 2035. Oggi gli USA producono oltre le metà dell’etanolo a livello globale. La materia prima è il mais, quindi industria energetica ed agricola sono strettamente legate. Circa un terzo del mais prodotto è destinato a questa utilizzazione e la tendenza è in aumento (era il 10% 20 anni fa). Ne deriva che la quotazione del mais sul mercato è fortemente dipendente dal settore energia: i prezzi di etanolo, mais e petrolio sono strettamente collegati. I detrattori sostengono che in questo modo vengono sottratte quantità importanti al mercato, con aumento dei prezzi delle commodities, ai danni delle popolazioni più povere. In effetti l’etanolo funziona più come una possibilità di commercializzazione delle partite a bassa qualità, ad esempio quelle danneggiate dalle micotossine o da condizioni climatiche avverse, aiutando i redditi degli agricoltori, similmente a quanto avviene in Italia con gli impianti di biogas. Le quotazioni basse/stabili del mais a livello globale da oltre un anno sembrano smentire gli allarmismi. Intanto il Brasile ha aumentato la percentuale obbligatoria di etanolo nella benzina dal 27 al 30% e di biodiesel nel gasolio dal 14 al 15%.
UE e Italia ci credono
L’Unione Europea ha recentemente adottato una serie di misure finalizzate ad incentivare l’uso dei biocarburanti cosiddetti avanzati. Sono quelli ottenuti da materie prime non alimentari: paglia, scarti di lavorazione, rifiuti organici derivanti dalla raccolta differenziata, residui vegetali. L’obiettivo è ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030. Una ricerca del Lawrence Berkeley Lab. dimostra che utilizzando una molecola prodotta da batteri del terreno, si possono produrre carburanti tipo biodiesel a partire da materiali a bassa qualità. Tali prodotti avrebbero una potenza tale da poter essere usati per mezzi come aerei e navi, responsabili del 14% delle emissioni. Di più: i ricercatori del Cnr di Palermo e Catania stanno sviluppando una nuova metodologia di produzione del biodiesel partendo dall’olio alimentare usato. Con l’uso di microonde si ottiene il combustibile, senza produzione di scarti tossici.
Il mondo agricolo ci crede. Un anno fa Coldiretti e Filiera Italia hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta a favore del “… ruolo strategico e insostituibile dei biocarburanti sostenibili per il raggiungimento degli obiettivi di emissione zero e per la defossilizzazione del settore dei trasporti…”.
01/07/2025
Franco Brazzabeni
