AGROFORESTAZIONE, UN CONTRIBUTO ALLA SOSTENIBILITA’

L’agroforestazione è un sistema di coltivazione promiscuo, dove convivono filari di piante arboree e specie coltivate, oppure terreni adibiti a pascolo. Da qualche tempo è argomento di discussione, ma non si tratta di una novità. La praticavano anche i nostri antenati in varie forme, per esempio le “piantate”, viti “maritate” agli olmi, pratica risalente all’epoca etrusca, o ai pioppi, le cosiddette alberate aversane. Oppure i filari o siepi di varie essenze arboree poste a margine delle coltivazioni di mais, grano e soia, regolarmente potati per assicurare legna da ardere all’azienda. Erano forme di agricoltura sostenibile ante litteram, in grado di coniugare una produzione di qualità con strutture longeve ed ecocompatibili, che oltre a ciò caratterizzavano positivamente il paesaggio agrario.

D’altra parte il nostro catasto prevede le categorie “seminativo arborato” e “pascolo arborato”, terreni coltivati o adibiti appunto a pascolo in cui crescono alberi il cui prodotto contribuisce al reddito del fondo. A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, la crescente meccanizzazione agricola e la tendenza alla monocoltura hanno portato ad una forte riduzione dei sistemi agroforestali tradizionalmente presenti nelle campagne.

Una vera scelta strategica

L’agroforestazione di ritorno non è una moda ambientalista o una scelta propria di agricoltori nostalgici. Recentemente è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite come la più importante innovazione agricola nell’Unione Europea del XXI Secolo. Quindi si può parlare di un ritorno al passato con forti motivazioni proiettate nel futuro a breve e lungo termine. I sistemi agroforestali permettono una migliore utilizzazione delle risorse naturali: gli apparati radicali e i residui fogliari degli alberi aumentano la sostanza organica del suolo. Di conseguenza vi è un miglioramento della struttura del terreno, con aumento della disponibilità di acqua e dei nutrienti, grazie anche alla minore perdita di azoto per lisciviazione. L’erosione e il ruscellamento sono ridotti e cresce inoltre l’efficienza luminosa per la fotosintesi. Anche il microclima ne risente positivamente, con la mitigazione delle alte temperature estive e l’ombreggiamento per gli animali al pascolo. La presenza di piante ad alto fusto contribuisce in modo significativo alla fissazione del Carbonio atmosferico e all’aumento della biodiversità, sotto forma di uccelli, impollinatori, piccoli mammiferi e molte altre forme viventi. Ultimo vantaggio, ma non meno importante dei precedenti, un più gradevole impatto paesaggistico: da un territorio piatto e monotono a una varietà di viste grazie alle alberature. In sostanza, una serie di interazioni ecologiche con una positiva ricaduta economica, dato che stiamo sempre parlando di produzioni da reddito.

Focus sul pioppo

Il pioppo è considerato una soluzione ottimale nei sistemi silvoarabili, come ribadito nel recente convegno “Pioppicoltura 2.0”, organizzato a Rovigo dall’Ordine dei dottori agronomi e forestali. Sono molti i plus a favore di questa specie. Il pioppo ha un accrescimento relativamente rapido, si presta a vari schemi d’impianto (fila singola o multipla), è a foglia caduca ed è allevato con una tecnica compatibile con quella delle principali colture erbacee. Può anche essere abbinato in filari polispecifici ad altre essenze, quali quercia, noce o platano. Il legno di pioppo ha un mercato interessante, quindi permette un aumento della reddività per ettaro e una diversificazione del rischio. Nei confronti delle colture erbacee vi sono effetti di vario tipo. In generale, le autunno vernine come il frumento possono godere di un aumento del tenore proteico della granella; le primaverili estive come mais e soia sono penalizzate nella fascia prossima al filare, ma questa perdita produttiva è compensata dalla resa delle piante legnose.

Nel Piano Strategico Nazionale previsto dalla PAC sono presenti due interventi, per l’impianto di sistemi agroforestali su superfici agricole (contributo fino a € 5.000 per ettaro) e per il loro mantenimento (premio di € 350 per i primi 5 anni). Un’opportunità da valutare con grande attenzione, per una sostenibilità vantaggiosa per agricoltore e ambiente.

11/12/2023                                                                                                                 Franco Brazzabeni