Di agricoltura rigenerativa si parla dagli anni ’80, quando fu lanciata in California sulla scia del biologico. L’obiettivo era trovare un rimedio alla degradazione del suolo causata dalle pratiche intensive. Il termine fu coniato nel 1979 da Medard Gabel e reso celebre da Robert Rodale nei primi anni ’80, puntando su un approccio olistico per ripristinare la salute del terreno. In Italia l’interesse è più recente, ma ormai il concetto è diventato diffuso e non è più un’esclusiva del mondo bio, ma viene studiato, sperimentato e attuato su scala sempre più ampia.
In effetti sta diventando quasi una parola d’ordine. Non è un caso se gran parte delle maggiori aziende globali del settore agroalimentare (produttrici di alimenti o grandi distributori) menziona iniziative di agricoltura rigenerativa nelle loro informative, soprattutto riguardo salute del suolo e decarbonizzazione. Però, secondo un’indagine di FAIRR Initiative (Farm Animal Investment Risk & Return) solo il 36% ha quantificato obiettivi aziendali, e solo l’8% ha fissato obiettivi per sostenere finanziariamente gli agricoltori nell’adozione di pratiche rigenerative. Ne deriva il forte sospetto che si tratti più che altro di atteggiamenti di facciata, il cosiddetto greenwashing.
Rigenerare, istruzioni per l’uso
L’agricoltura rigenerativa si basa su alcuni concetti fondamentali. Non si tratta di una metodologia rigida, valida in ogni caso, ma di un insieme di opzioni da perseguire e combinare a seconda della situazione ambientale ed economica che si affronta.
Il suolo è l’osservato speciale. Rigenerare la sua fertlità, danneggiata da pratiche ad alto impatto e da eventi climatici estremi, è l’obiettivo principale. Un’attenzione speciale merita il contenuto di sostanza organica, in molti terreni scesa a livelli di allarme. I rimedi sono noti da tempo. La rotazione colturale, la gestione del carbonio, le lavorazioni ridotte sono applicati sempre più frequentemente. Meritano maggiore attenzione le colture da copertura, ancora limitate perchè viste come un “non reddito” e non come un investimento a medio termine, nonchè la distribuzione di ammendanti come il biochar.
La gestione dell’acqua è un altro aspetto chiave. In tempi di diffuse anomalie climatiche è importante aumentare la capacità di ritenuta idrica dei suoli e al tempo stesso lo smaltimento dell’acqua in eccesso. L’utilizzo delle acque reflue è un tema di sempre maggiore attualità.
La valorizzazione della biodiversità prevede interventi come la coltivazione di fasce fiorite alternate alle colture, per attirare gli impollinatori e migliorare l’ecosistema. Sulla stessa linea è l’agroforestazione, un sistema di coltivazione promiscuo, dove convivono filari di piante arboree e specie coltivate. La sperimentazione è in corso.
L’integrazione delle produzioni animali e vegetali è in sostanza un ritorno al passato, con l’obiettivo di ritrovare un maggiore equilibrio in azienda e ridurre gli input chimici.
Come si vede, c’è il tentativo, non facile, di trovare un’integrazione tra tecniche conservative e rigenerative, andando oltre il concetto di sostenibilità, che resta sicuramente attuale ma non esaustivo. In questo senso la scienza può e deve fornire un contributo essenziale. Le tecniche di agricoltura 4.0 si inquadrano coerentemente con gli obiettivi descritti. La nuova frontiera della ricerca genetica, vedi le TEA, può permettere un miglioramento vegetale mirato e attuabile in tempi relativamente brevi, fornendo varietà più resilienti alle avversità e meno esigenti in termini di apporti idrici o chimici.

Ambiente ed economia
Il raggiungimento di una miglioria dal punto di vista ambientale non può essere disgiunto da una funzionalità economica degli interventi. L’agricoltura è un’attività che deve produrre utili agli imprenditori del settore e fornire cibo di qualità a costi accettabili per i consumatori.
In effetti, nelle grandi aziende del Midwest nordamericano, le pratiche di agricoltura rigenerativa funzionano, cioè il miglioramento del suolo fornisce un incremento dei redditi. Allo stesso tempo però, per le piccole e medie aziende (secondo il metro statunitense) gli investimenti necessari sono ritenuti rischiosi e quindi l’applicazione di queste tecniche procede lentamente. Questa situazione può essere traslata a livello europeo e comportare lo stesso tipo di sviluppo a due velocità. Secondo una recente indagine ISTAT, nel quadriennio 2019-2024 solo il 12% delle aziende italiane ha investito in innovazione. in EU? vedi …
Appare quindi evidente che una politica che favorisca interventi pubblici di supporto potrebbe accorciare i lunghi tempi di transizione e aiutare le aziende medio-piccole ad affrontare i rischi legati al processo.
30/03/2026
Franco Brazzabeni
